Il 26 gennaio di ogni anno ricordiamo la battaglia di NIkolajevka combattuta dai nostri alpini in terra di Russia.
La ricorrenza del 26 gennaio è a ridosso di un altra commemorazione altrettanto importante come la giornata della memoria  del 27 gennaio , giorno in cui i Russi entrarono ( lo ricordo per i più distratti ) nel campo di sterminio di Auschwitz .

Quindi, a essere onesti, qualcuno ha sempre trovato difficile la collocazione del 26 gennaio come giorno del ricordo dei nostri ragazzi in prossimità di una data cosi importante come quella del 27.

Però amici la storia non si può cambiare e la battaglia di NIkolajevka è stata combattuta il 26 gennaio e quel giorno cosi drammatico rimane impresso nella memoria di quelli che c’erano ( oggi quasi più nessuno visto il tempo trascorso ) e di quelli che lo vogliono ricordare.

E allora ricordiamolo per rispetto a quella generazione di ragazzi mandati a morire nella neve e nel freddo della steppa russa .

Il corpo d’armata alpino faceva parte dell’ARMIR (armata italiana in Russia) e furono schierati sul fiume Don per difendere l’ala sinistra della VI armata tedesca impegnata nella battaglia di Stalingrado

Il 13 novembre 1942 i Russi scatenarono una terribile controffensiva ( operazione Urano ) volta ad accerchiare la VI armata nella città di Stalingrado . In questa fase l’armata italiana non venne coinvolta rimanendo ai bordi della terribile battaglia

Tuttavia poco dopo una ulteriore offensiva russa (operazione piccolo Saturno)  si scatenò per bloccare l’armata corazzata tedesca che stava cercando di arrivare disperatamente in soccorso della VI armata germanica accerchiata.

Questa seconda offensiva si scatenò primariamente sulla nostra VIII armata ( composta da divisioni di fanteria , bersaglieri e legionari fascisti )  sfondando completamente il fronte e portando al collasso la nostra armata e alla sua parziale distruzione  ( prima ritirata ).

Il corpo d’armata alpino fu lasciato per numerosi giorni schierato sul fiume Don per tenere quella parte di fronte e permettere la ritirata delle  altre armate alleate ( italiane, ungheresi e romene  oltre a numerosi reparti tedeschi )

Quando finalmente l’ordine di ritirata venne dato anche agli alpini  si era oramai creata una sacca profondissima con le truppe russe che avevano tagliato ogni via di fuga

 

Il corpo d’armata alpino dovette farsi quindi strada combattendo per centinaia di chilometri a piedi nella neve alta con temperature che scesero fino a meno quaranta gradi . In testa la divisione Tridentina e a seguire la divisione Julia e poi tutti gli altri .

Fu qualcosa che è impossibile immaginare, con una scia continua di morti, congelati  e di soldati sfiniti abbandonati a loro stessi.

Pur tuttavia le divisioni di testa Tridentina e Julia riuscivano con la forza della disperazione a sfondare  i vari punti predisposti dai russi per bloccarli .

Si arriva quindi al quel fatidico 26 gennaio 1943 quando al comando della divisione Tridentina arriva la tragica notizia che NIkolajevka  è fortemente presidiata dai russi : non c’è altra via di fuga , o si passa da li o si muore in terra di Russia

La carica dei nostri alpini , pur in una battaglia che è inserita in una grande sconfitta, rimane un momento tragico ed epico insieme.

All’alba del 26 gennaio, dopo una minima predisposizione l’intera divisione Tridentina andò all’assalto  armata della sola disperazione di chi sa che quel giorno in quel momento si decideva se vivere o morire .

Gli alpini partirono all’assalto  armati per lo più di semplici fucili 91, cadendo a centinai sotto il fuoco delle mitragliatrici russe , con in testa il Generale Reverberi (medaglia d’oro al valor militare ) che gridava  “Tridentina avanti !”   e gli alpini non si fermarono.

A ondate entrarono nel villaggio di NIkolajevka e a colpi di fucile e bombe a mano presero le posizioni russe aprendo la porta definitiva verso la ritirata finale dove i sopravvissuti furono soccorsi dalle truppe tedesche.

Purtroppo per la divisione Julia le cose andarono diversamente e la colonna dove la divisione si trovava in testa , prese una direzione diversa finendo in un ulteriore sacca senza uscita ; gli alpini furono presi tutti prigionieri e pochi di loro sopravvissero alla prigionia

In quei giorni quasi 90 mila soldati italiani morirono  ( in combattimento, congelati nella neve, dispersi senza sapere nulla di loro )

Novantamila  buoni motivi per non dimenticarli come fa il campanile della chiesa di San Lorenzo  in piazza Castello a Torino che ogni pomeriggio alle 17,15 batte dieci rintocchi , tanti quante erano le divisioni che componevano la nostra sfortunata armata in terra di Russia